La meditazione del fuoco: sull’uomo e sul suo potere

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In balcone. Seduta, nel silenzio di un primo pomeriggio insolitamente tiepido.
La meditazione del fuoco, e improvvisamente tutto è apparso nitidamente.
Ho percepito le scintille neuronali che generano l’idea, e come la paranoia sia solo un cortocircuito, una connessione sbagliata da ripristinare.
E ho visto la scintilla correre giù fino al cuore, e farsi fiamma: è stato così semplice comprendere come quella stessa fiamma, inespressa, elusa, facilmente poi divampi nel petto e diventi ansia, accelerazione del battito, per alcuni panico. E’ stato così nitido vedere come siamo noi stessi, sordi alla naturale scintilla e alla fiamma, a logorare il nostro corpo salvo poi correre a curarne i sintomi – solo i sintomi – con medici e terapie.
E allora ho visto la fiamma liberarsi, scivolare per le braccia ed esplodere nelle mani: ho tenuto nei palmi il fuoco della mia ispirazione, e lasciandolo libero ho sentito liberarsi anche me stessa..
Ho lasciato le fiamme spargersi intorno, ed ho percepito la mia potenza. La potenza dell’uomo, così piccolo, eppure con la sua scintilla… la sua capacità di creare.
Ho visto il fuoco plasmarsi in forma, sentito l’immensa gioia della creazione. E poi la pena, per la vita frustrata ogni volta che lasciamo la scintilla soccombere a sé stessa.

Cosa facevano le ragazze?

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Cosa facevano le ragazze prima di Internet, dei telefonini?
Mi concentro, e ritrovo dolcissime notti d’inverno, scrivanie piene di penne e lampade accese, radio che andavano… e lettere a cui rispondere, racconti da inventare, fogli sparsi di poesie.
Il tempo era più lento, in quelle notti: più buono, anche. Giornate che sembravano eterne e notti più lunghe ancora.
Adesso è tutto un battito di ciglia, una connessione in tempo reale che rimanda l’esatta percezione di quanto veloci siano gli attimi.
Vorrei l’emozione di dover finire un rullino, l’attesa delle foto da sviluppare. Vorrei cercare la stazione radio e incastrarmi le dita fra i tasti della macchina da scrivere.
O basterebbe che fossi così forte da non perdere me stessa, da non farmi serrare il tempo da macchine e ritmi che altri hanno inventato per me.

Sulla ritualità: com’è facile confondere il fine col mezzo

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C’è stato un periodo della mia vita, all’incirca lo scorso anno, in cui sentivo di essermi allontanata dagli Dei. In quel periodo ho anche distintamente realizzato che era proprio la ritualità ad allontanarmi: come se quei gesti, imparati ormai a memoria, mi facessero perdere di vista il senso di quello che stavo facendo.
Per qualche tempo, allora, ho “improvvisato” i rituali… mi è servito per sentirli più miei, più veri…
Ora quella fase è passata, ho ripreso con la ritualizzazione tradizionale senza alcun problema, ma la questione rimane… cosa mi è successo?
Ho continuato a pensarci, finchè non ho compreso che stavo cadendo anch’io nella vecchia trappola di confondere il fine col mezzo… sul momento, lo confesso, mi sono un po’ stizzita: è una cosa, mi dicevo, che capita a chi segue una religione per abitudine, a chi non si fa domande e non ne è parte attiva, non può accadere anche a me.
Invece è accaduto.
Può accadere a tutti, e non importa quanto tu sia certo del tuo cammino, quanta consapevolezza tu ci metta: come in tutte le situazioni, come nell’amore più bello del mondo, il pericolo dell’abitudine è sempre in agguato.
Occorre allora fermarsi a riflettere su quello che facciamo, sul vero significato del rito.
Il divino, in qualunque forma vogliamo concepirlo, è per sua stessa natura inarrivabile, inafferrabile. Al di là di tutte le belle intenzioni un velo d’incomunicabilità ci separa, o saremmo Dei anche noi.
Ecco, allora, che subentra il rito.
Quello che principalmente non dobbiamo mai dimenticare è che quel rito, quella celebrazione, la facciamo più per noi che per il divino: il divino non ha bisogno di candele, coppe, luoghi, formule, gesti solenni… è piuttosto un’esigenza prettamente umana di stabilire un contatto, entrare nella condizione mentale per unire il proprio spirito con l’essenza universale.
Il rito come strumento, allora, come mezzo prettamente nostro, una debolezza se vogliamo, l’unico sistema in ogni caso a nostra disposizione per stabilire un contatto… come alzare la cornetta, comporre il numero e dire “Pronto”: non è questo lo scopo della telefonata, ma è un passaggio imprescindibile. Il rito, ecco, come mezzo di comunicazione.
Le cose si complicano ulteriormente se pensiamo che non è il mezzo in sé, come nell’esempio del telefono, a servire alla comunicazione: la sua funzione fondamentale sta nel predisporre la mente a un determinato stato di coscienza, farci entrare nel giusto “stato d’animo”, per dirla in parole semplici. Per questa ragione il rito è forzatamente, volutamente un po’ artefatto: deve uscire, permetterci di uscire dagli schemi quotidiani, della gestualità abituale, come se dicesse al nostro io “Hey, adesso non sei più a fare la spesa o in ufficio, adesso sei nel mondo dello spirito”. Una blanda forma d’ipnosi, di suggestione, che mente in standby il nostro cervello sempre impegnato e lascia parlare l’anima.

Fotografie, o del senso della vita

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Ho ritirato alcune fotografie che avevo portato a stampare, immagini delle vacanze per lo più.
Ogni volta che ne sistemo di nuove, ne approfitto per riguardare il mio grosso album (anzi, per la verità sono due): lì ci sono esclusivamente fotografie mie, sola o con altri, da quando sono nata ad oggi… lì c’è la mia vita, e lo tengo come un bene prezioso.
In effetti, ho un rapporto particolare con le fotografie… se capita un evento particolare, e succede che non ne vengano fatte, ho una spiacevole sensazione, come se quell’evento non fosse mai avvenuto. Indicativo, fra l’altro, che non abbia mai pensato di farmi una foto con la persona che frequentavo anni fa… come non fosse esistito mai…
Scorro le immagini, i miei cambiamenti, le persone incontrate e perdute, i luoghi, e davanti a me si dipana il senso della vita. La risposta a quella domanda fondamentale che sempre custodiamo nel petto, anche quando non la pronunciamo: perché siamo al mondo?
Ed ecco che il senso dell’esistenza sembra essere tutto qui: un cammino, un insieme di esperienze, che come anelli s’incasellano l’una nell’altro e sono fondamentali alla tenuta dei successivi, anche quando paiono opposti e distanti.
Ogni singolo momento, ogni incontro, ogni situazioni è servita alla nostra anima per trasformarla, renderla consapevole, portarla a uno stadio differente.
Vivere risplende così in tutto il suo magnifico significato: essere strumento dell’anima, mezzo che le consenta di evolvere, ampliarsi, accrescere se stessa e il proprio orizzonte fino forse, un giorno, alla consapevolezza universale delle cose.
Siamo qui perché ne abbiamo bisogno, bisogno di scoprire esperienza dopo esperienza nuove sensazioni, nuove consapevolezze, nuovi equilibri. Il nostro spirito ne ha bisogno per comprendere se stesso, per vedere dipanate tutte le sue potenzialità, come un bambino che sono nella pratica acquisisce fermezza e padronanza di sé.
A pensarci, un po’ forse mi dispiace non avere foto con quella persona… guardando lo scorrere delle immagini, manca un tassello, una fase evolutiva. Eppure noi abbiamo questa tendenza a voler cancellare, dimenticare le esperienze negative, i “brutti ricordi”… senza pensare a cosa accadrebbe se veramente, magicamente, venissero cancellati: in quel medesimo istante tutto il costrutto successivo vacillerebbe, perderebbe lì una consapevolezza, qua una paura, là una decisione presa, qui ancora la stessa visione di noi stessi: quella che ci guida nel cammino, è che è frutto delle esperienze e di come le abbiamo affrontate…

Atei contro credenti: l’inganno del dualismo

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Il cervello, per comprendere la realtà, tende a semplificarla… una visione che di per sé non è una colpa: solo una mente particolarmente allenata riesce a liberarsi da certi schematismi, a orientarsi verso direzioni nuove.
Una di queste semplificazioni, la più frequente, è il dualismo: dividere cioè la realtà in due parti contrapposte si/no, bianco/nero, buono/cattivo. E, fra tali dualismi, ce n’è uno che ultimamente mi sta dando parecchio da riflettere:

atei/credenti

Una divisione curiosa, se ci pensiamo, perché siamo ahimè abituati a creare abissi e scissioni insormontabili fra le diverse tradizioni religiose… eppure, quando le mettiamo a confronto con l’ateismo, eccole diventare un unico corpus quasi omogeneo.

Ebbene, a conti fatti siamo davvero sicuri che questa dualità sia così vera e tranciante?
Iniziamo semplificando i due concetti: il credente, di qualsiasi religione, è colui che crede e confida in un’entità superiore che governa l’universo, colui che di conseguenza fonda la sua esistenza sul suo aspetto spirituale o che comunque ragiona principalmente in funzione di esso. L’ateo, di contro, non crede o non si interessa a un ultraterreno, ma fonda le sue convinzioni e tutta la sua vita esclusivamente sul tangibile, sul verificabile, sul concreto.
Ora, pensiamo un momento alla simbologia del pentacolo (la stella a cinque punte, in cui ogni braccio rappresenta uno dei 5 elementi più lo spirito)… tralasciando illazioni e opinioni falsate sull’argomento, su cui sarebbe troppo lungo e fuorviante discorrere qui, diciamo semplicemente che il pentacolo può essere orientato in due direzioni: con la punta verso l’alto, indica una tendenza all’elevazione, all’ascesi, al mondo dello spirito appunto; con la punta verso il basso, rimanda a un’attenzione più terrena, concreta materiale.
Vi ricorda nulla?
Ecco che allora ateismo e fede potrebbero essere lette come due facce della stessa medaglia o meglio, per rifarci all’esempio del pentacolo, due orientamenti della stessa figura: alcuni, per indole o tradizione culturale, sono naturalmente portati a puntare verso l’astratto, l’inconoscibile, il mondo interiore e via discorrendo; altri, per le stesse ragioni e altrettanto naturalmente, tendono invece a ragionare in termini concreti e quotidiani, scevri da elucubrazioni e astrazioni.
Eppure, c’è molto più che accomuni questi due aspetti rispetto a quanto ci sia a separarli: sono due modi per affrontare la realtà, per gestirla e comprenderla, per darle un senso, il primo credendo nell’ultraterreno e il secondo credendo nel concreto… entrambi, insomma, ci fanno credere in qualcosa, ci danno un punto di riferimento e una prospettiva da cui comprendere il mondo. Solo, focalizzandosi su aspetti diversi della medesima realtà.

Si raccoglie quel che si semina…

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E anche questo Sabba se n’è andato… questo Sabba che, lo confesso, tanto mi spaventava: Mabon, l’Equinozio d’Autunno, il tempo del Raccolto… ed io con questa mia netta sensazione che quest’anno non avrei avuto nulla da raccogliere.
E’ passato, ma è solo l’inizio, perché ho avuto le mie risposte, che non sono altro che nuove domande… ma qui, in questo blog, per voi, ha poca importanza.
La meditazione è andata molto diversamente dal previsto.
Quando ho attraversato il bosco, i miei piedi camminavano in una sorta di rivo melmoso, e al posto degli animali della foresta mi sono vista circondata da rane, e qualche serpente: sono due simboli di cambiamento, di trasformazione… le rane, in particolare, che erano così tante, sono l’evoluzione, ma anche la transizione dall’acqua alla terra e viceversa.
L’acqua, il mio elemento; la terra, quello che cerco di imitare.
Arrivata alla fine del bosco, non ho trovato il sole che avevo lasciato entrando, né la radura prevista dalla meditazione. Ho trovato la notte, la luna piena, il lago… il mio lago, quello dei miei sogni d’adolescente, dei racconti che scrivevo, il luogo segreto della mia anima.
Ero tornata a casa.
Ed ho compreso che non è vero che non ho raccolto nulla… solo, non ho raccolto quello che avevo previsto di raccogliere, quello che mi aspettavo.
E da qui, la consapevolezza, che poi è lo scopo di questo post: ho raccolto altro da quello che progettavo, semplicemente perché senza accorgermene ho seminato altro.

Chiariamo, e veniamo a noi.
Spesso succede che, più o meno consapevolmente, realizziamo di non aver raggiunto i nostri obiettivi, o realizzato dei progetti. Di non essere, per semplificare, dove volevamo essere.
E allora diamo la colpa al destino, alla sfortuna, agli altri… non ci fermiamo invece mai a pensare, a chiederci se davvero abbiamo lavorato per quegli obiettivi specifici. Magari, crediamo davvero di averlo fatto, e non ci rendiamo conto che durante il cammino ci siamo persi in obiettivi secondari, o abbiamo deviato dallo scopo, o, semplicemente, per errore di calcolo, non abbiamo fatto ciò che veramente andava fatto per quello scopo.
Io, per me, ho davanti un anno impegnativo, in cui trovare i giusti semi e avere la costanza di farli fiorire… e voi?

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Sulla verginità: Maria e Artemide

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E’ molto che aspetto di scrivere questo post, ma purtroppo sono stata oberata di lavoro e non ne ho avuto il tempo.
E’ una riflessione che mi venne tempo fa, l’ultima volta che celebrai la luna crescente (più avanti spiegherò la relazione fra le due cose, tranquilli), pensando alla verginità della Madonna.
Tradizionalmente, la teologia cristiana c’insegna che Maria è vergine in quanto pura, perché il figlio di Dio, sua incarnazione terrena, non può che nascere da un corpo “senza peccato”: il concetto s’inserisce perfettamente nel concetto che questa religione ci trasmette in merito alla sessualità (soprattutto quella femminile) come qualcosa di negativo e peccaminoso.
A me, però, onestamente sorge spontaneo un dubbio: e se, originariamente, quando si parlava della verginità di Maria s’intendesse tutt’altro?
Sappiamo che la religione cristiana rielabora in vari modi i culti precedenti: non è un azzardo, quindi, pensare ad Artemide come primo emblema di verginità.
Artemide, Dea vergine cacciatrice, si collega alla luna crescente nonché alla prima fase del ciclo mestruale, dopo il flusso e prima dell’ovulazione, quella fase in cui teoricamente non si rischiano gravidanze e che viene perciò chiamata anche “Fase della vergine”.
Ma che significa, in questo contesto, verginità?
Significa che Artemide, così come la donna prima dell’ovulazione, è per così dire libera: libera dall’influenza maschile, bastante a se stessa. Libera di correre, di creare, di progettare. Libera dalla conseguenze, dalla progettualità: è l’adolescente che vive il qui e ora, che sogna.
E qui, il sospetto… e se anche Maria fosse, originariamente, vergine in questo senso? Se la mitologia cristiana intendesse qui insegnarci che il Dio poteva germogliare e nascere solo da una donna che avesse questo grado di consapevolezza, di libertà, di autonomia? Un Dio che ha bisogno di simili presupposti per palesarsi agli uomini mal si accorderebbe con alcuni degli insegnamenti più in voga, perché sarebbe un Dio che predilige la libertà di scelta, l’autosufficienza, una discreta dose di sana sfacciataggine (quella della donna-Artemide, forte, autonoma, che non china la testa dinnanzi a niente). E anche la stessa Madonna sarebbe qualcosa di diverso dalla semplice “madre benevola e pura” ma un modello di forza e libertà, di potenza creatrice intensa nel senso più profondo e cosmologico del termine. Sarebbe l’eco della Dea primordiale dei miti antichi della creazione, quella che prima, sola, unica, crea il Dio col quale unirsi per creare insieme il mondo…

Dell’origine dell’amore

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In queste vacanze sono andata pochissimo al mare, e non soltanto per via delle situazioni contingenti: in verità non ne avevo molta voglia, mi annoiava quasi… e pensare che sono sempre stata una patita del mare, che fino a pochi anni fa ero capace di starci ogni giorno per tre mesi da mattina a sera!
La verità è che, più passava il tempo e più mi annoiava… più, a dirla tutta, non lo riconoscevo: non era il mare dei pomeriggi a chiacchierare sull’asciugamano con le amiche, non era il mare delle giornate intere a cuocere sotto il sole e dei bagni di gruppo; e non era nemmeno il mare dei castelli di sabbia e dei giochi con l’acqua.
Un giorno, durante le ultime vacanze, ero sulla spiaggia… son andata a sedermi su uno scoglio: vedevo l’onda infrangersi a pochi passi da me, e ho ricordato un altro mare: il mare malinconico dell’adolescenza, le ore trascorse a guardare il suo riverbero immersa in oscuri pensieri… nemmeno quel mare, esiste più… E mi sono resa conto che non ho amato il mare, ma le sensazioni che mi dava, ciò che rappresentava.
Perché, in verità, ed è un sollievo se ci si pensa a fondo, noi non amiamo nulla e nessuno “in sé”, ma per le sensazioni che ci dà. E più amiamo quella sensazione, più ci avviciniamo all’oggetto del nostro amore, e più quello ci trasmette sensazioni positive che s’imprimono per sempre in quella situazione.
Vale per i luoghi, per le abitudine, per le persone perfino, e non è un pensiero riduttivo: infondo resta pur vero che solo quella persona riesce a trasmetterci la sensazione che amiamo…. Oppure no? Oppure le sensazioni sono qualcosa che casualmente si associa all’oggetto del nostro amore e che noi, istintualmente, associamo ad esso?
Prendiamo il mio esempio del mare. Lo svago, le grandi comitive, la complicità, la melanconia, le domeniche di fine anno scolastico, diventare grande… non sono peculiarità del mare, in verità, e probabilmente se fossi cresciuta in una grande città, mettiamo ad esempio Roma, coi compagni di classe ci saremmo ritrovati a fare le stesse cose e provare le stesse emozioni su un pratone di Villa Borghese…
Non lo so… questa voltale riflessioni sono sgorgate fluide e senza punto d’approdo. Questa volta non ho alcuna risposta da ipotizzare… a voi la parola, se volete…

Vacanze o… “pienanze”?

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Settembre. Le vacanze sono finite, e lo senti nell’aria… nell’aria che rinfresca e si fa un po’ pungente la sera, nei rumori intorno, leggermente diversi e meno assonnati.
In verità non abbiamo fatto molto in queste ferie, in parte per il meteo che non è stato sempre clemente, un po’ per una serie concatenata di contingenze. Così, per lo più, siamo stati a casa, e l’impressione è quella di aver “sprecato” gli unici giorni di vacanza dell’anno, di averli un po’ perduti.
Se ci pensiamo, però, la stessa parola vacanza deriva dal latino ed ha in sé il termine “vuoto”: un tempo in cui, a dispetto dei mille impegni che ci rincorrono nel corso dell’anno, non avere “nulla da fare”.
Il problema è che l’essere umano ha questa straordinaria capacità di adattamento, quella stessa capacità che gli ha permesso di evolversi e resistere a dispetto dei secoli, dei millenni. Capacità però che, nelle piccolezze quotidiane, ci tradiscono: si, perché accade che la nostra mente è talmente abituata al “dover fare”, abituata a incastrare in continuazione impegni e pensieri, da essere ormai convinta che quello sia il senso del nostro esistere, il modo naturale e in qualche maniera obbligato di essere al mondo. E accade, così, che anche quando finalmente la routine si dipana e le diamo l’occasione di librarsi, come dovrebbe essere nella natura profonda di uno spirito sano, ecco che cerca lei stessa d’imbrigliarsi in impegni, scadenze, cose da fare.
Ed ecco che vediamo il tempo “vuoto” come un tempo inutile, inesorabilmente perduto, come se in quel tempo noi stessi non ci fossimo stati, eclissati in chissà quale realtà alternativa… ma siamo davvero certi che quel tempo fosse vuoto? Non è forse pieno, solo in un senso diverso da quello abituale? Pieno di noi, di silenzi e tranquillità, di suoni e odori, di gambe e braccia che non hanno bisogno di correre e menti che si fermano un momento a guardare altrove?

Bambini e religione

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L’altro giorno ho accompagnato mio marito a una processione mariana… E sono rimasta sorpresa, devo ammetterlo, dalla totale indifferenza della gente: quelle persone, quei devoti, stavano lì, e non sembravano minimamente percepire la sacralità di quel momento. Pareva una prassi, una routine, una passeggiata… anche il prete, il suo tono così meccanico nel ripetere le preghiere, il suo tono da impiegato statale.
E pensavo a me, a quanto di mio ci metto nei rituali, all’attenzione per ogni piccolo dettaglio, dall’intonazione della voce, alla gestualità, alla lentezza.
Non è una questione di merito, né di religione, ma, a mio avviso, di scelta.
La maggior parte di quelle persone probabilmente, e non è necessariamente un demerito, non avevano anelito di spiritualità, non ne sentivano la necessità… probabilmente senza una formazione religiosa sarebbero state agnostiche, o non si sarebbero neanche poste la questione. Epperò ci si sono trovate: fin da bambini sono cresciuti in una cultura religiosa che per loro è diventata naturale, quasi ovvia, sicuramente scontata.
Poi ci sono persone come me, che la religione se la sono cercata, l’hanno scelta per assonanza e affinità. Persone per le quali trovare una via dell’anima è stato un bisogno profondo, e per questo ne sentono la sacralità vibrare in ogni frammento del loro essere.
E allora, il pensiero. E forse qualcuno storcerà il naso, ma credo che educare un bambino a una religione, qualsiasi essa sia, è rubargli qualcosa, è truffarlo, perché lo si priva del senso di bisogno, della scoperta, della scelta consapevole… e, in questo modo, anche di una piena vita spirituale.
Ci sono ferventi devoti anche fra quelli che sono stato educati fin da piccoli, dirà qualcuno… certamente, ma lo sarebbero stati comunque, lo sarebbero diventati così come lo sono diventata io in una famiglia laica. E allora perché plasmare un bambino alla religione? A qualunque religione… se quell’anelito ce l’ha dentro, ci arriverà comunque, a modo suo, e sarà per lui il miglior modo possibile. Mentre altrimenti, per quanto ci si possa sforzare a dargli una formazione spirituale, rimarrà solo e comunque un’adesione formale, anche un po’ mortificate se vogliamo, sicuramente inutile.
Con questo non dico di tenere i piccoli lontani dalla religione, sopratutto se la famiglia ne ha una, anzi… fargliela conoscere, anzi fargliene conoscere più di una se possibile, ma non come un dato di fatto, una situazione oggettiva: come una magnifica opportunità, non una via obbligatoria.

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