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Cammino a piedi nudi sul pavimento bianco, la mia gonna viola fino al ginocchio si muove leggera.
Stringo un libro nelle mani e mille idee nella testa.
E’ questo caldo, mi dico, ma è una scusa, che mi toglie la voglia.. la verità è che penso alle donne, a tutta quella luce che hanno dentro, e non ne vedo riflessa in me.
La società, il tempo, le tradizioni, le religioni, hanno spento quel bagliore, e io sono vittima di questo stesso abominio.
Una donna ha in sé, nel suo ciclo mestruale, il fluire della vita e della morta, il senso dell’eterna rinascita. Una donna ha il potere di donare la vita, di portarla dentro di sé, di farla crescere come un virgulto e liberarla nel mondo.
Il femmineo sacro, la ricettività, il potere dell’acqua e dell’emozione, l’empatia… sono cresciuta credendo in tutto questo, ma se ora mi guardo allo specchio mi vedo donna a metà, strega a metà.
Consapevole del fluire dell’esistenza, la guardo scorrere un po’ lontana, e intanto nella mia grande casa il tempo passa senza che io gli dia un senso.
Ogni tanto un sussulto, mi ribello, un po’ d’insoddisfazione e di frustrazione, ma finisce tutto lì… lavorare, preparare la cena, oggi ho il frigorifero da pulire… è davvero per questo che sono, che siamo cresciute? Si riduce a questo la lunga scia di sacerdotesse, streghe, matriarche, madri che urlano sgomente nella spirale del nostro DNA?

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