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Un vento forte, vorticoso, è arrivato con la notte.
Ora corre per le stanze, riportandomi un dolciastro sapore d’autunno. Di scuola che ricomincia, di diari nuovi, di progetti e di post-it… una sensazione che ho sempre amato.
Gli anni della scuola sono i più naturali, perché ti concedono il lusso di recuperare il senso ritmico della ciclicità del tempo: l’inizio, la fine, la pausa e un nuovo inizio sempre diverso. Il senso del cambiamento, del frutto dopo il lavoro…
Quella stessa ciclicità che è elemento fondante della natura, della vita stessa: le stagioni, le lune, il ciclo delle donne, il tempo della vita… quella stessa ciclicità che noi uomini moderni abbiamo inesorabilmente cancellato, con lavori che sono identici sia in estate che in inverno, case riscaldate quando c’è la neve e ventilate quando arde il sole, con le nostre verdure surgelate. Curiosamente, l’unico senso di ciclicità che ci rimane è dato proprio dallo strumento aleatorio della televisione, l’unica ormai che a buon diritto può usare il termine “stagione”.
Ed è tutto questo che da dentro corrode, distrugge… alcuni sono già diventati grigi e vanno avanti, non se ne avvedono neanche più.
Altri, streghe con le case piene di vento magari, respirano ancora e quindi sentono l’aria mancare. E’ questa staticità che mi opprime, che mi.. che ci anestetizza l’anima… è il bisogno naturale di qualcosa da attendere, di vedere la ruota scattare e ricominciare il suo giro, di scandire un tempo che non sia sempre identico a se stesso perché di fatto non lo è. E’ il tempo degli orologi in plexiglass della nostra modernità ad esserlo, non quello che corre da qualche parte lì fuori!

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