Tag

, , ,

Settembre. Le vacanze sono finite, e lo senti nell’aria… nell’aria che rinfresca e si fa un po’ pungente la sera, nei rumori intorno, leggermente diversi e meno assonnati.
In verità non abbiamo fatto molto in queste ferie, in parte per il meteo che non è stato sempre clemente, un po’ per una serie concatenata di contingenze. Così, per lo più, siamo stati a casa, e l’impressione è quella di aver “sprecato” gli unici giorni di vacanza dell’anno, di averli un po’ perduti.
Se ci pensiamo, però, la stessa parola vacanza deriva dal latino ed ha in sé il termine “vuoto”: un tempo in cui, a dispetto dei mille impegni che ci rincorrono nel corso dell’anno, non avere “nulla da fare”.
Il problema è che l’essere umano ha questa straordinaria capacità di adattamento, quella stessa capacità che gli ha permesso di evolversi e resistere a dispetto dei secoli, dei millenni. Capacità però che, nelle piccolezze quotidiane, ci tradiscono: si, perché accade che la nostra mente è talmente abituata al “dover fare”, abituata a incastrare in continuazione impegni e pensieri, da essere ormai convinta che quello sia il senso del nostro esistere, il modo naturale e in qualche maniera obbligato di essere al mondo. E accade, così, che anche quando finalmente la routine si dipana e le diamo l’occasione di librarsi, come dovrebbe essere nella natura profonda di uno spirito sano, ecco che cerca lei stessa d’imbrigliarsi in impegni, scadenze, cose da fare.
Ed ecco che vediamo il tempo “vuoto” come un tempo inutile, inesorabilmente perduto, come se in quel tempo noi stessi non ci fossimo stati, eclissati in chissà quale realtà alternativa… ma siamo davvero certi che quel tempo fosse vuoto? Non è forse pieno, solo in un senso diverso da quello abituale? Pieno di noi, di silenzi e tranquillità, di suoni e odori, di gambe e braccia che non hanno bisogno di correre e menti che si fermano un momento a guardare altrove?

Annunci