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Il cervello, per comprendere la realtà, tende a semplificarla… una visione che di per sé non è una colpa: solo una mente particolarmente allenata riesce a liberarsi da certi schematismi, a orientarsi verso direzioni nuove.
Una di queste semplificazioni, la più frequente, è il dualismo: dividere cioè la realtà in due parti contrapposte si/no, bianco/nero, buono/cattivo. E, fra tali dualismi, ce n’è uno che ultimamente mi sta dando parecchio da riflettere:

atei/credenti

Una divisione curiosa, se ci pensiamo, perché siamo ahimè abituati a creare abissi e scissioni insormontabili fra le diverse tradizioni religiose… eppure, quando le mettiamo a confronto con l’ateismo, eccole diventare un unico corpus quasi omogeneo.

Ebbene, a conti fatti siamo davvero sicuri che questa dualità sia così vera e tranciante?
Iniziamo semplificando i due concetti: il credente, di qualsiasi religione, è colui che crede e confida in un’entità superiore che governa l’universo, colui che di conseguenza fonda la sua esistenza sul suo aspetto spirituale o che comunque ragiona principalmente in funzione di esso. L’ateo, di contro, non crede o non si interessa a un ultraterreno, ma fonda le sue convinzioni e tutta la sua vita esclusivamente sul tangibile, sul verificabile, sul concreto.
Ora, pensiamo un momento alla simbologia del pentacolo (la stella a cinque punte, in cui ogni braccio rappresenta uno dei 5 elementi più lo spirito)… tralasciando illazioni e opinioni falsate sull’argomento, su cui sarebbe troppo lungo e fuorviante discorrere qui, diciamo semplicemente che il pentacolo può essere orientato in due direzioni: con la punta verso l’alto, indica una tendenza all’elevazione, all’ascesi, al mondo dello spirito appunto; con la punta verso il basso, rimanda a un’attenzione più terrena, concreta materiale.
Vi ricorda nulla?
Ecco che allora ateismo e fede potrebbero essere lette come due facce della stessa medaglia o meglio, per rifarci all’esempio del pentacolo, due orientamenti della stessa figura: alcuni, per indole o tradizione culturale, sono naturalmente portati a puntare verso l’astratto, l’inconoscibile, il mondo interiore e via discorrendo; altri, per le stesse ragioni e altrettanto naturalmente, tendono invece a ragionare in termini concreti e quotidiani, scevri da elucubrazioni e astrazioni.
Eppure, c’è molto più che accomuni questi due aspetti rispetto a quanto ci sia a separarli: sono due modi per affrontare la realtà, per gestirla e comprenderla, per darle un senso, il primo credendo nell’ultraterreno e il secondo credendo nel concreto… entrambi, insomma, ci fanno credere in qualcosa, ci danno un punto di riferimento e una prospettiva da cui comprendere il mondo. Solo, focalizzandosi su aspetti diversi della medesima realtà.

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