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C’è stato un periodo della mia vita, all’incirca lo scorso anno, in cui sentivo di essermi allontanata dagli Dei. In quel periodo ho anche distintamente realizzato che era proprio la ritualità ad allontanarmi: come se quei gesti, imparati ormai a memoria, mi facessero perdere di vista il senso di quello che stavo facendo.
Per qualche tempo, allora, ho “improvvisato” i rituali… mi è servito per sentirli più miei, più veri…
Ora quella fase è passata, ho ripreso con la ritualizzazione tradizionale senza alcun problema, ma la questione rimane… cosa mi è successo?
Ho continuato a pensarci, finchè non ho compreso che stavo cadendo anch’io nella vecchia trappola di confondere il fine col mezzo… sul momento, lo confesso, mi sono un po’ stizzita: è una cosa, mi dicevo, che capita a chi segue una religione per abitudine, a chi non si fa domande e non ne è parte attiva, non può accadere anche a me.
Invece è accaduto.
Può accadere a tutti, e non importa quanto tu sia certo del tuo cammino, quanta consapevolezza tu ci metta: come in tutte le situazioni, come nell’amore più bello del mondo, il pericolo dell’abitudine è sempre in agguato.
Occorre allora fermarsi a riflettere su quello che facciamo, sul vero significato del rito.
Il divino, in qualunque forma vogliamo concepirlo, è per sua stessa natura inarrivabile, inafferrabile. Al di là di tutte le belle intenzioni un velo d’incomunicabilità ci separa, o saremmo Dei anche noi.
Ecco, allora, che subentra il rito.
Quello che principalmente non dobbiamo mai dimenticare è che quel rito, quella celebrazione, la facciamo più per noi che per il divino: il divino non ha bisogno di candele, coppe, luoghi, formule, gesti solenni… è piuttosto un’esigenza prettamente umana di stabilire un contatto, entrare nella condizione mentale per unire il proprio spirito con l’essenza universale.
Il rito come strumento, allora, come mezzo prettamente nostro, una debolezza se vogliamo, l’unico sistema in ogni caso a nostra disposizione per stabilire un contatto… come alzare la cornetta, comporre il numero e dire “Pronto”: non è questo lo scopo della telefonata, ma è un passaggio imprescindibile. Il rito, ecco, come mezzo di comunicazione.
Le cose si complicano ulteriormente se pensiamo che non è il mezzo in sé, come nell’esempio del telefono, a servire alla comunicazione: la sua funzione fondamentale sta nel predisporre la mente a un determinato stato di coscienza, farci entrare nel giusto “stato d’animo”, per dirla in parole semplici. Per questa ragione il rito è forzatamente, volutamente un po’ artefatto: deve uscire, permetterci di uscire dagli schemi quotidiani, della gestualità abituale, come se dicesse al nostro io “Hey, adesso non sei più a fare la spesa o in ufficio, adesso sei nel mondo dello spirito”. Una blanda forma d’ipnosi, di suggestione, che mente in standby il nostro cervello sempre impegnato e lascia parlare l’anima.

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